E’ passato un anno dall’inizio della rivoluzione libica, i libici hanno deciso di continuare i festeggiamenti in modo sobrio, per portare rispetto alle oltre 15000 vittime della rivoluzione libica.
Nonostante il Consiglio di Transizione abbia deciso di non programmare nessuna celebrazione ufficiale a livello nazionale, vista ancora l’instabilità del Paese, il popolo ha deciso di scendere come allora nelle piazze per ricordare come tutto ebbe inizio, per ritornare in quelle strade dove hanno lottato per la loro terra, per la loro libertà di uomini e donne. Per i loro figli.
Celebrazioni spontanee sono iniziate in diverse città e villaggi. Bengasi, la città che per prima si sollevò contro Gheddafi e il suo regime quarantennale, ora è piena di gente felice dopo tanti, troppi anni di sofferenze e maltrattamenti. Ma molto c’è ancora da fare. La Libia non ha finito di lottare. La battaglia che ora deve vincere è la ricostruzione del Paese martoriato dalla dittatura di Muammar Gaddafi.
Le proteste scoppiarono a Bengasi il 15 febbraio del 2011, dopo l’arresto dell’ avvocato Fathi Terbil, un avvocato che rappresentava i parenti di coloro che erano morti in massacro di 1996 persone nel carcere di Tripoli. Ma la rabbia culminò quando un ragazzo si arrampicò su un lampione per demolire un poster di Gheddafi. Il “Day of Rage” ebbe inizio in Libia.
Omar Farraj, responsabile della sicurezza a Bengasi, ha detto alla agenzia di stampa AFP: “Vogliamo fare in modo che le celebrazioni siano pacifiche”. A distanza di un anno, sembra quasi essere caduto un silenzio assordante sulla Libia, come se nulla fosse successo e invece, come direbbe Primo Levi “Meditate che questo è stato”.