La nascita del Sudan del Sud, è avvenuta lo scorso luglio dopo il referendum di autodeterminazione svoltosi ad inizio anno: il 99% dei votanti manifestò la propria volontà di secessione dal più esteso Stato africano.
Ora, a distanza di sette mesi dalla creazione della nuova nazione, incombe il pericolo di una guerra tra i due Sudan. Come ha recentemente dichiarato il presidente del Sudan (del Nord) Omar al Bashir “il clima al momento è più vicino a quello di guerra che a quello di pace”. La causa di tanto astio è plausibile: il petrolio.
Il Sudan del Sud, che si estende per una superficie grande due volte e mezzo l’Italia, è poverissimo ma ricco di petrolio: lo scorso anno dei quasi 500 mila barili di oro nero estratti quotidianamente in Sudan, oltre l’80% venivano prodotti al Sud.
In questi primi mesi di vita del nuovo stato non si è trovato un accordo che regolasse lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi tra Sudan (del Nord) che detiene gli oleodotti, le raffinerie ed i porti e Sud Sudan.
Il petrolio costituisce il 98% delle entrate del Paese e la maggior parte di esso sarà destinato in Cina, uno dei principali partner commerciali del “vecchio” Sudan che, per molti, costituisce una vera e propria colonia cinese.
Ad Addis Abeba, nei giorni scorsi, si è tentata una mediazione tra i due Sudan, sena esito. Anche l’Unione Africana è preoccupata. La separazione in due del Sudan sembra aver peggiorato la situazione tra i due nuovi Stati.
Come se non bastazza, il Sudan del Sud rispetto al Sudan del Nord è poverissimo. Il 90% della popolazione vive con mezzo dollaro al giorno, e l’analfabetismo riguarda l’84% dei residenti.