Il boss della ‘ndrangheta Rocco Pesce non ha digerito che il comune di Rosarno si si costituito parte civile in un processo contro alcuni suoi familiari e ha quindi fatto recapitare al massimo esponente del municipio tutto il suo disappunto sotto esplicite minacce di morte.
La lettera è partita, con dinamiche ancora da comprendere, dal carcere milanese in cui Pesce sta scontando una condanna all’ergastolo per omicidio, associazione mafiosa e traffico di droga; il boss, 45 anni e soprannominato “il pirata”, ha espresso “rammarico e disappunto” per la decisione del comune di costituirsi parte civile nel processo e ha informato il sindaco Tripodi di essere stata segnata nella lista nera dei nemici del clan.
Invece che farsi intimorire la donna ha trovato il coraggio di denunciare il fatto alle forze dell’ordine che, oltre ad aver emesso un’ordinanza di custodia cautelare per minacce contro Pesce, hanno anche dato il via a numerose perquisizioni nelle abitazioni dei familiari del boss per comprendere come la lettera, tra l’altro scritta su carta intestata al Comune di Rosarno, sia giunta dal carcere di Milano alla scrivania del sindaco.
Il sindaco da giorni vive sotto scorta e gli inquirenti hanno dichiarato che le minacce erano state inviate al fine di “impedire, per un verso, che l’indirizzo politico ed amministrativo della Giunta comunale di Rosarno potesse danneggiare o mettersi in contrasto con gli interessi della cosca e, per l’altro verso, di favorire la permanenza ed il rafforzamento del clima di omerta’ ed assoggettamento nella popolazione che e’ l’humus su cui le organizzazioni criminali di tipo mafioso prosperano”